Cronache di un'indagine storica sul villaggio di Stivor, Bosnia ed Erzegovina
Introduzione
In questo breve articolo desidero raccontare del risultato di un’indagine storica-documentale amatoriale condotta in maniera discontinua negli ultimi anni sul villaggio di Stivor (oggi Štivor), Bosnia ed Erzegovina, in un certo senso mio paese di origine. I fatti verranno esposti in ordine cronologico secondo l’evoluzione storica del villaggio. Tratterò qui solo i fatti più rilevanti e rappresentanti una novità rispetto alla narrazione classica facilmente accessibile nelle fonti più popolari della storia del villaggio lasciando dettagli storici, quali possono essere, a titolo d’esempio, i nomi dei caduti della Prima Grande Guerra, a future trattazioni più esaustive e dettagliate, col supporto di storici di professione si spera.
Nota sulla pronuncia
Per i lettori non avvezzi alla lingua serbo-croata. Vale come regola generale che ogni lettera si pronuncia, e sempre allo stesso modo: non esistono lettere mute né digrammi come il ch italiano.
- C: si pronuncia come la z di zio (mai come una k: Cetinje si legge «Tzetigne»).
- Č: come la c di ciao, ma più dura.
- Ć: come la c di ciao, ma più morbida, con la lingua più vicina al palato. Č e Ć indicano infatti due suoni distinti.
- Dž: come la g di gelato, ma più dura.
- Đ: come la g di gelato, più morbida. Vale per Dž e Đ la stessa distinzione che separa Č da Ć.
- G: sempre dura, come in gatto, anche davanti a e e i.
- H: sempre aspirata, come la c toscana di la casa.
- J: come la i di ieri.
- Lj: come il gruppo gli di figlio.
- Nj: come il gruppo gn di gnomo.
- S: sempre sorda, come in sasso, anche fra due vocali.
- Š: come il gruppo sci di sciabola.
- Z: sempre sonora, come in rosa.
- Ž: come la j francese di jour.
Linea Temporale di riferimento al lettore
La linea segue l’amministrazione effettiva del territorio. I rami distinguono gli ordinamenti che si sovrapposero sul piano giuridico o militare.
fino al 1878
Impero ottomano
L’area di Prnjavor appartiene alla Bosnia ottomana.
1878–1908
Congresso di Berlino
amministrazione di fatto
Austria-Ungheria
Occupa e amministra la Bosnia ed Erzegovina dal 13 luglio 1878.
sovranità formale
Impero ottomano
La sovranità del sultano rimane nominalmente in vigore fino all’annessione del 1908.
1884–1893
Notizie sui coloni
Nella primavera del 1884 ventotto famiglie valsuganotte, 136 persone, partono per la Bosnia e vengono inizialmente insediate a Palačkovci e in località vicine. Fra il 1891 e il 1893 viene loro assegnata la nuova area boschiva di Stivor; i registri parrocchiali attestano la «nova colonia» nel maggio 1893.
1908–1 nov 1918
Bosnia ed Erzegovina annessa all’Austria-Ungheria
L’annessione del 1908 elimina la precedente doppiezza giuridica. Anche durante la Prima guerra mondiale Stivor resta sotto l’amministrazione austro-ungarica, fino al collasso della monarchia.
1 nov–1 dic 1918
Governo nazionale della Bosnia ed Erzegovina
Il governatore austro-ungarico trasferisce i poteri al Consiglio nazionale degli Sloveni, Croati e Serbi; è una fase di transizione durata un mese.
1918–1929
Regno dei Serbi, Croati e Sloveni
Dal 1º dicembre 1918 la Bosnia ed Erzegovina entra nella nuova monarchia jugoslava.
1929–apr 1941
Regno di Jugoslavia
Il regno cambia nome e viene diviso in banovine; Prnjavor ricade nella Banovina del Vrbas, con capoluogo Banja Luka.
apr 1941–1945
Seconda guerra mondiale
assetto imposto dall’Asse
Stato Indipendente di Croazia
Dal 10 aprile 1941 la Bosnia è inclusa nello Stato fantoccio ustascia, sostenuto da Germania e Italia.
controllo locale prevalente dal 10 lug 1943
Amministrazione partigiana
A Prnjavor vengono istituiti comitati popolari e un comando locale. Le forze avversarie riprendono brevemente la zona nel gennaio e nell’agosto 1944.
1945–1963
Repubblica Popolare di Bosnia ed Erzegovina
La Bosnia ed Erzegovina diventa una delle sei repubbliche della Jugoslavia federale; dal novembre 1945 lo Stato federale assume la forma repubblicana.
1963–mar 1992
Repubblica Socialista di Bosnia ed Erzegovina
La Costituzione del 10 aprile 1963 adotta il nuovo nome della repubblica, parte della Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia.
mar 1992–14 dic 1995
Guerra di Bosnia
Stato riconosciuto internazionalmente
Repubblica di Bosnia ed Erzegovina
Riconosciuta dalla Comunità europea il 6 aprile 1992 e ammessa all’ONU il 22 maggio.
amministrazione di fatto a Stivor
Repubblica Serba di Bosnia ed Erzegovina
Il comune di Prnjavor passa alle strutture serbo-bosniache entro marzo 1992; dal maggio 1992 il controllo militare fa capo alla VRS.
14 dic 1995–2000
Bosnia ed Erzegovina secondo gli accordi di Dayton
Lo Stato continua la propria esistenza internazionale con due entità. Stivor si trova nella Republika Srpska, soggetta sia alle istituzioni dell’entità sia a quelle comuni della Bosnia ed Erzegovina.
Han Stivor (prima della colonizzazione e primi anni)
Uno dei risultati della ricerca è la presenza di una struttura precedente o al più contemporanea all’insediamento dei coloni, data dalle mappe dell’epoca.
Han
Il termine “hān” deriva dal persiano, lingua diffusa all’interno degli ambienti intellettuali dell’impero Ottomano che precedette quello asburgico, e può assumere il significato di “casa” o “caravanserraglio”. È in quest’ultima accezione, quella di un luogo per permettere alle carovane, ai commercianti, di trovar rifugio e far riposare le bestie, che va letto il toponimo e lo si ritrova dappertutto nei Balcani: anche in Grecia (to háni / το χάνι) e con lo stesso significato.

Il han di Kasapovići, figura 19 in Hamdija Kreševljaković, «Hanovi i karavansaraji u Bosni i Hercegovini» (1957).
Il più importante studio sul ruolo di queste strutture in Bosnia ed Erzegovina è quello pubblicato nel 1957 dallo storico Hamdija Kreševljaković , intitolato Hanovi i karavansaraji u Bosni i Hercegovini (Han e caravanserragli in Bosnia ed Erzegovina). In quest’opera, Kreševljaković non si limita a ricostruirne la storia e le caratteristiche, ma compila anche un censimento delle strutture presenti sul territorio bosniaco. Tra quelle documentate non compare l’ han di Stivor, mentre viene menzionato quello di Jedovica, località poco distante.
Non si trattava, tuttavia, di semplici locande. Gli han erano vere e proprie infrastrutture della rete commerciale ottomana, punti d’appoggio disposti lungo le vie carovaniere, generalmente a una distanza corrispondente a una giornata di marcia, quanto una carovana carica poteva percorrere prima del calare del buio. Erano strutture concepite per accogliere al piano terra gli animali da soma e le merci, mentre il piano superiore era riservato ai viaggiatori. Kreševljaković distingue accuratamente gli han, strutture private molto diffuse che offrivano ospitalità a pagamento, dai caravanserragli propriamente detti, più rari e monumentali, spesso istituiti come fondazioni pie e destinati a offrire ospitalità gratuita. Attraverso gli han transitavano merci, persone e notizie: il sale, la lana e tutto ciò che alimentava la vita economica e sociale della provincia ottomana. La loro importanza andava dunque ben oltre la semplice funzione di ricovero: attorno a molti di essi si svilupparono nel tempo veri e propri insediamenti, che finirono per ereditarne il nome.
Il paese delle prugne… o forse no?
A lungo la tesi diffusa sull’etimologia del nome del villaggio è stata che Štivor derivi dalla parola serbo-croata Šljiva (prugna). Tale ipotesi suscitava però un certo amaro in bocca per i bilingue: essa viene smentita dalle Franzisco-Josephinische Landesaufnahme, note anche come “Terzo sondaggio militare”, una serie di mappature effettuate in modo estensivo sul territorio bosniaco dell’impero Austro-Ungarico tra il 1885 e il 1888 e nominate in onore dell’imperatore e re Franz Joseph I. Le mappe sul territorio oggi corrispondente al villaggio di Stivor riportano la scritta Han Stivor.
La logica conclusione che se ne trae è che il villaggio sia stato poi in seguito nominato sulla base del nome di questo han e che solo in seguito sia avvenuta una slavizzazione che ha trasformato la lettera S in Š.
Ovviamente si potrebbe obiettare che o per distrazione o per un maldestro tentativo di germanizzazione i cartografi austroungari abbiano semplicemente omesso l’accento circonflesso rovesciato (kvačica) sopra la lettera S. Come spesso purtroppo accade con le scienze cosiddette deboli, quali è la storia, non è possibile del tutto smentire tale obiezione: diffidate da coloro i quali vi raccontano la storia come certa e il destino come inevitabile. Voglio comunque impugnare una controargomentazione a chi porrà tale obiezione basandomi su tre fatti: la consistenza e l’accuratezza delle mappe imperiali, la fonologia tedesca e l’alfabeto cirillico. Sono infatti diverse le mappe che riportano ai tempi il toponimo Stivor e non Štivor inoltre un processo di germanizzazione avrebbe visto scritto “Schtivor”. Concludo osservando come anche una mappa in alfabeto cirillico serbo, ove il problema dell’accento non si pone in quanto tale alfabeto è per costruzione non ambiguo sulle lingue slave meridionali, riporta la lettera cirillica С (lat. S) e non la lettera Ш (lat. Š).
Tuttavia la risposta alla domanda “Qual è l’etimologia di Stivor/Štivor?” resta di fatto aperta, affermare “Štivor deriva da Han Stivor” costituirebbe una non risposta in termini logici: avremmo si spiegato il perché il villaggio è stato così nominato ma non la radice etimologica. La microtoponomastica ci fornisce degli indizi: adesso possiamo ritenere ragionevole ipotizzare che l’etimologia derivi dalla tradizione ottomana o addirittura greca o persiana e che solo in seguito sia stato soggetto a una maggiore slavizzazione. Una tesi approfondita meriterebbe un confronto più documenti dell’epoca.
Dubbi nuovi
Le mappe catalogate dall’impero austroungaro pongono più domande di quante non ne rispondano: la prima mappatura, in ordine cronologico, dei Franzisco-Josephinische Landesaufnahme riporta sì la presenza di un han (44.911897, 17.709553) ma indica a nord-est ad una distanza di circa 3 [km] (alle coordinate 44.929722, 17.740151), nel complesso di case oggi indicato come Vidići, riporta il toponimo “Tiroler Colonie” plausibilmente il primo insediamento dei coloni.
Mappe successive evidenziano il lento spostarsi dei coloni verso la locazione attuale.




Doveroso è osservare che nelle originali Tiroler Colonie, all’interno di quello che oggi è bosco, vi sono ancora i resti di un cimitero.

Resti del cimitero nell’area delle Tiroler Colonie, oggi Vidići.
L’analisi diventa interessante se fatta con quanto riportato oggigiorno all’interno del catasto: i terreni dei primi coloni sono registrati come proprietà della repubblica serba di Bosnia ed Erzegovina, una delle due entità emerse dagli accordi di Dayton. Possiamo quindi dedurre che vi è stato un momento nella storia in cui esse vennero statalizzate.
Come vedete vi sono diverse e più domande aperte:
- Quali furono le motivazioni alla rilocazione?
- Quando avvenne la trasformazione da Stivor a Štivor?
- Perché quel han venne nominato Stivor?
- Quando avvenne la statalizzazione delle terre dei primi coloni?
- Vi sono forse resti oltre a quelli del cimitero? Magari della chiesetta che lo affiancava? o dello stesso han?
- Vi sono altre testimonianze, magari dell’attività economica, di tale han? Magari nei defter?1

Un defter conservato a Sarajevo. Le due aperture sono disposte nell’ordine di lettura, dall’alto verso il basso; ciascuna si legge dalla pagina destra a quella sinistra. La lettura del turco ottomano in scrittura arabo-persiana e delle annotazioni contabili richiede competenze linguistiche e paleografiche specifiche.
I rapporti col Tirolo (Trentino), la dieta di Vienna e considerazioni economiche (primi anni del 1900)
È possibile ricostruire attraverso titoli giornali, lettere e annuari parte della società di Stivor della prima ora.
La sete di democrazia ed influenza politica dei coloni d’Europa
Diversi giornali dei primi del ‘900 riportano le lamentele dei vari coloni nella zona di Prnjavor (italiani, ucraini, cechi, tedeschi, via dicendo) per il modo con cui venne definita la loro rappresentanza.
Per esempio il 23 gennaio 1909 nell’ Innsbrucker Nachrichten viene citato il der Trentino per presentare le colonie della Bosnia-Erzegovina, composte da circa 30.000 persone di diverse nazionalità e confessioni religiose. Poiché la nuova Costituzione le aveva aggregate politicamente ai croati, i coloni chiedevano una rappresentanza parlamentare autonoma, sostenendo il proprio valore economico, agricolo e culturale e manifestando il desiderio di una guida tedesca.
La notizia venne poi ripresa anche il 12 febbraio 1909 dal Deutsches Volksblatt für Galizien, nell’articolo “Die Annexion und die bosnischen Kolonisten”.

«Die Annexion und die bosnischen Kolonisten», Deutsches Volksblatt für Galizien, 12 febbraio 1909, p. 3. L’articolo inizia in basso nella colonna sinistra e prosegue in alto nella colonna destra. Fornito dall’archivio di Leopoli, Ucraina.
Traduzione italiana dell’articolo:
L’annessione e i coloni bosniaci
Durante l’esame della legge sull’annessione della Bosnia e dell’Erzegovina da parte della commissione per l’annessione della Camera dei deputati, si dovranno discutere anche la condizione giuridica e le legittime richieste dei coloni austriaci stabilitisi nei due territori fin dall’occupazione. I coloni bosniaci hanno raccolto in un memoriale le preoccupazioni e le aspirazioni sorte in seguito alla proclamazione del 7 ottobre dello scorso anno. Nell’elaborare le leggi costituzionali fondamentali, tuttavia, il Ministero bosniaco, nella sua saggezza, ha ignorato i coloni e li ha semplicemente aggregati ai croati.
Una rassegna delle colonie della Bosnia offre il quadro seguente. Nel distretto politico di Bosanska Gradiška, Windhorst è tedesca e cattolica romana; Rudolfstal, tedesco-olandese ed evangelica; Čelinovac, tedesco-polacca e cattolica romana; Vrbaška, tedesca ed evangelica. Nel distretto politico di Banja Luka, le comunità di Rudolfstal, Gornji Rakani e Donji Rakani sono tedesche e cattoliche romane, mentre Mahovljani è tedesco-italiana e cattolica romana. Nel distretto politico di Prnjavor, Glogovac è tedesca ed evangelica; Šibovska, tedesca e cattolica romana; Stivor, tedesco-italiana e cattolica romana; Devetina, tedesco-polacca e cattolica romana; Vučijak, ungherese e cattolica romana. Le comunità di Hrvaćani, Gajevi, Mujinci, Lonja e Mračaj sono polacche e greco-cattoliche; a Devetina vi è inoltre una comunità polacco-rutena greco-cattolica. Nel distretto politico di Derventa la colonia di Novi Martinac è tedesca ed evangelica; nel distretto di Bijeljina, Franz-Josefsfeld è tedesca ed evangelica. Nel distretto politico di Zvornik la comunità di Kozluk è tedesca ed evangelica; nel distretto di Prijedor le colonie di Rakovac, Kunova, Omarska e Ključ hanno popolazione polacca e cattolica romana.
Il numero complessivo di questi coloni — senza contare funzionari e operai dell’industria — ammonta a circa 30.000 persone. È degno di nota che, alcuni anni fa, numerosi tedeschi emigrarono anche dalla Galizia verso la Bosnia: dalla sola Mariahilf ne partirono più di duecento, stabilendosi a Šibovska.
Per valutare il lavoro dei coloni è importante osservare che la resa dei loro terreni viene stimata in 12 corone per dunum — uno joch catastale austriaco corrisponde a circa cinque o sei dunum — mentre quella dei terreni degli abitanti locali è valutata in appena 2,5 corone per dunum. Altrettanto significativo è il fatto che i figli dei coloni frequentino tutti la scuola e che fra loro non vi siano analfabeti; fra la popolazione locale, invece, gli analfabeti sarebbero l’80 per cento.2
Questi pochi dati bastano già a dimostrare quale grande valore culturale rivestano i coloni per lo sviluppo della Bosnia. Il popolamento di questo territorio ancora scarsamente abitato con affidabili agricoltori e artigiani tedeschi austriaci e ungheresi non solo dovrebbe proseguire, ma dovrebbe essere promosso con ogni mezzo, così da elevare culturalmente e rendere autenticamente austriaco quel Paese quasi incolto.
Risulta quindi incomprensibile che, nel predisporre il progetto di Costituzione per la Bosnia e l’Erzegovina, il Ministero bosniaco abbia completamente trascurato i coloni, pionieri della cultura, e li abbia semplicemente assegnati ai croati, benché il proclama imperiale del 7 ottobre dell’anno precedente garantisse gli stessi diritti a tutte le nazionalità e confessioni presenti in Bosnia.
L’operato del Ministero bosniaco non contraddice soltanto il testo della proclamazione imperiale, ma è anche ingiustificato sul piano politico ed economico. Persino alla popolazione ebraica, che conta circa ottomila persone, è stato assicurato un certo numero di mandati nel futuro Parlamento regionale quale gruppo d’interesse autonomo; soltanto ai coloni, per i quali la Bosnia è divenuta da tempo una patria, non si vuole riconoscere una rappresentanza autonoma, costringendoli invece in uno schieramento — quello croato — del tutto estraneo.
Una simile ingiustizia, dannosa al tempo stesso per lo Stato austriaco, deve essere impedita con ogni mezzo.
Lettere
La cassa rurale di Stivor


Dal 1904 l’impero Austro-Ungarico iniziò a pubblicare degli annuari anche in Bosnia.
L’annuario del 1917 riporta notizie di una “Hrvatska seljacka kasa za zajmove i štednju (u. s. n. j.)” (cassa contadina croata per i beni e il risparmio), ossia una forma di credito cooperativo agricolo. Esso riporta Angelo Agostini come commerciante registrato nel 1905.
L’informazione dell’esistenza di una forma di credito cooperativo nel villaggio viene confermata anche dal volume storico ungherese del 1912–1913, intitolato Compass. Annuario economico-finanziario che raccoglieva informazioni su imprese, assicurazioni, industrie, trasporti e finanze pubbliche dell’Impero austro-ungarico.


Tale forma di credito cooperativo si ispirava al modello elaborato in Germania da Friedrich Wilhelm Raiffeisen. La cooperativa operava entro un territorio ristretto, spesso una sola parrocchia o un comune, affinché i soci si conoscessero e potessero valutare insieme l’affidabilità dei richiedenti. Raccoglieva i piccoli risparmi e i depositi della comunità, otteneva eventualmente altro denaro facendo leva sulla garanzia collettiva e lo prestava ai soci a condizioni più accessibili e con scadenze compatibili con i tempi dell’agricoltura. Ogni socio disponeva di un voto; gli utili non venivano distribuiti, ma alimentavano una riserva comune. Questi principi sono descritti anche negli studi storici sulle cooperative Raiffeisen attive nei territori croati.
L’elemento più impegnativo era la responsabilità solidale e illimitata: ciascun socio garantiva i debiti della cooperativa con tutto il proprio patrimonio, non soltanto con la quota o con i risparmi depositati. Nel caso di Stivor la stessa sigla «u. s. n. j.» indica che si trattava di una cooperativa registrata a responsabilità illimitata. Il rischio personale rafforzava la fiducia dei depositanti e dei finanziatori e imponeva ai soci di sorvegliarsi reciprocamente; al tempo stesso poteva esporre una famiglia alle perdite causate dagli altri membri. Per molti piccoli agricoltori questa forma gravosa di garanzia rappresentava però una delle poche alternative all’usura e consentiva di ottenere il capitale necessario per acquistare terra, sementi, bestiame o macchinari e migliorare la produzione. Le cooperative non finanziavano soltanto investimenti: una ricostruzione relativa al 1910 attribuisce il 34% dei prestiti all’acquisto di terreni, il 30% all’estinzione di vecchi debiti a interesse usurario, il 10% alla costruzione o riparazione delle case e il 25% all’acquisto di bestiame, macchine e altri impieghi produttivi.
Il modello fu promosso in Croazia e Slavonia dal comitato per la fondazione delle cooperative Raiffeisen costituito nel 1900, al quale partecipò attivamente Antun Radić; due anni dopo Radić fu anche tra i fondatori della Hrvatska poljodjelska banka, che riuniva le cooperative contadine.
Lo stesso modello venne proposto in Trentino da Don Guetti dove si diffuse con le ancora presenti casse rurali.
Anche qui le domande aperte sono tante:
- quali erano gli associati alla cassa rurale di Stivor?
- in che anno venne fondata? Se fosse nata prima del 1910, precederebbe la cassa di credito cooperativo di Široki Brijeg, considerata la più antica tuttora attiva nel Paese;
- vi sono altri documenti che registrano le operazioni dell’attività?
Considerazioni economiche
La scoperta della colonia e le spedizioni di ricerca (anni ‘70)
All’inizio degli anni ‘70 si riscoprì l’esistenza della colonia ed iniziò un processo di gemellaggio composto da studi, scambi, visite, documentari e altro tra la Valsugana e Stivor. Il lavoro più importante in termini di ricerca venne fatto dalla squadra di ricerca dell’Università Statale di Milano che vide coinvolti: Paola Ghidoli, Maria Rita Rosalio, Glauco Sanga, Italo Sordi.
- Paola Ghidoli fu una ricercatrice sul campo attiva nello studio dei testi, delle feste e della cultura materiale dell’Italia settentrionale. Partecipò alla spedizione del 1973 per conto della Discoteca di Stato e alla raccolta etnografica condotta a Stivor.
- Maria Rita Rosalio, linguista e dialettologa, prese parte alla scoperta della colonia durante la ricerca del 1973. Nel 1979 pubblicò Studi sul dialetto trentino di Stivor (Bosnia), la più ampia analisi linguistica dedicata alla parlata del villaggio.
- Glauco Sanga (Milano, 1947) è un linguista ed etnologo, laureato in Glottologia all’Università Statale di Milano. Ha studiato soprattutto dialettologia, etnolinguistica, culture popolari e tradizione orale; è tra i fondatori delle riviste Rivista italiana di dialettologia e La ricerca folklorica.
- Italo Sordi (Milano, 1936), etnologo e studioso delle tradizioni popolari italiane ed europee, si è occupato in particolare di cultura materiale, tecnologie preindustriali, ritualità e carnevale. Ha inoltre lavorato nell’antropologia visiva, realizzando documentari etnografici e conducendo numerose ricerche sul campo.
La visita in Valsugana
Una delle primissime visite in Valsugana si può far risalire al 1973 come riportato dalla rivista “Campanili Uniti” nell’edizione di maggio-giugno.

«Incontro commovente», Campanili Uniti, maggio–giugno 1973, rubrica Ospedaletto.
Bandiera Rossa

La versione di «Bandiera rossa» raccolta a Stivor, riprodotta da Anna Sanga in Glauco Sanga, «Le metamorfosi dei canti dei minatori».
Durante il loro lavoro individuarono quella che sembrava essere una delle primissime versioni della canzone popolare “Bandiera Rossa” di stampo puramente repubblicano. Tale tesi venne poi confermata dall’etnomusicologo Roberto Leydi.
Testualmente, da un estratto della pubblicazione “L’Etnomusicologia in Italia”, Palermo, Aprile 1975:
[…] Il n. 9 rappresenta la più antica versione conosciuta di Bandiera rossa. Roberto Leydi ha riconosciuto nella melodia un antecedente, su moduli tipicamente risorgimentali, della versione corrente, e ci segnala le precise concordanze testuali con le due più antiche versioni note, attestate entrambe in ambiente repubblicano: ambiente che si può considerare quello di origine del canto. Il testo è il seguente:
avánti pòpolo con lá riscòssa
bandiéra róssa bandiéra róssabandiéra róssa la tríunfèra
vivá la república vivá la república
bandiéra róssa la tríunfèra
vivá la república la líbertá
Essa venne poi ripresa nello scritto “Le metamorfosi dei canti dei minatori” di Sanga e più recentemente, nel 2022, sebbene in forma impropria, dalla rivista brasiliana “Revista Texturas”.
L’importanza della scoperta risiede nel fatto che la versione conservata a Stivor documenta uno stadio molto antico del canto, precedente alla forma divenuta celebre nel movimento socialista e comunista. Il testo, incentrato sulla repubblica e sulla libertà, e la melodia di ascendenza risorgimentale rafforzano l’ipotesi di un’origine in ambiente repubblicano. La distanza geografica della comunità trentina, rimasta relativamente isolata dopo l’emigrazione, avrebbe quindi agito come una sorta di archivio orale, preservando parole e forme musicali scomparse o trasformate in Italia.
Sviluppo urbanistico (anni ‘70)
Parallelamente ai gemellaggi e alla ricerca etnografica, linguistica e musicologica Stivor attraversò un processo di sviluppo urbanistico: due furono lo costruzioni principali, la chiesa e la Casa della Cultura, entrambe risultato di un lavoro comunitario.
La chiesa
Dom Kulture - La Casa della Cultura
L’articolo di Politika, quotidiano di Belgrado, della domenica del 17 dicembre 1978 riporta di un’intervista a Ferdinando Osti, noto ai più come Maestro Osti, e del lavoro comunitario per la costruzione di uno spazio comunitario per balli, attività, studio e altro: tale spazio prenderà poi il nome di Dom Kulture - La Casa della Cultura.
Concedetemi un commento en passant: tale spazio oggigiorno non esiste più infatti tale edificio è stato abbandonato de facto in seguito ad una catastrofe meteorologica nel 2022 e i libri e il materiale ivi presente s’è allagato.

«Уча из Штивора» («Il maestro di Stivor»), Politika, 17 dicembre 1978.
Gli anni 90 e la guerra
Un aspetto tragicomico per chi si è mai confrontato con gli stivorani alla domanda “Cosa è successo a Štivor durante gli anni ‘90?” la risposta che otterrete nella quasi totalità è “niente.” Tale risposta è paradossale visto e considerato che le attuali condizioni del villaggio vedono, nel bene o nel male, come causa fondamentale proprio quelle guerre (ammesso che si possano definire guerre) motivate da un profondo nazionalismo religioso che ancora serpeggia nei Balcani.
Il silenzio, sebbene si potrebbe argomentare sotto vari punti di vista come inaccettabile, è estremamente comprensibile e non condannabile da coloro i quali non vissero quella cosa.
Abbiamo per fortuna testimonianze scritte pubblicamente accessibili che permettono di ricostruire alcuni fatti.
23/05/1995: “Ai Ministri degli affari esteri e dell’interno …”
Il deputato della Repubblica d’Italia Gubert Renzo presentò un’interrogazione parlamentare ai Ministri degli affari esteri e dell’interno. Riporto qui la parte che a mio avviso è più rilevante:
Gli uomini sono in prevalenza nel Trentino: non possono rientrare per non essere inquadrati nell’esercito serbo-bosniaco e non possono piu’ ricongiungersi con i loro cari perche’ non c’e’ piu’ nessuna autorita’ civile che sia in grado di fornire un passaporto ufficiale; non solo: alla scadenza dei passaporti rilasciati dalla ex-Jugoslavia, non c’e’ piu’ possibilita’ di rinnovarli; in queste condizioni chi si presenta alla frontiera viene respinto perche’ non in possesso di documenti validi.
La situazione e’ particolarmente pesante e senza vie di uscita stante l’attuale normativa nazionale italiana; ci troviamo nella paradossale realta’ di vedere nostri connazionali in un gravissimo stato di bisogno, che non possono essere aiutati, perche’, per la legge Martelli, sono extracomunitari e come tali vengono respinti al mittente se trovati senza documenti validi; i documenti non li possono avere perche’ la situazione di guerra non garantisce sovranita’, diritti civili, e possibilita’ di avere certificati che abbiano un qualsiasi riconoscimento ufficiale.
A tutto cio’, in questi giorni, si e’ aggiunto, a quanto risulta da notizie acquisite attraverso canali di fortuna, l’ultimo atto di queste drammatiche vicende: l’intimazione da parte di armati di lasciare libere le case ed i terreni in ottemperanza alla espressa volonta’ di perseguire a tappeto la “pulizia etnica”; entro pochi giorni donne, bambini ed anziani (230 persone circa) dovranno abbandonare i luoghi in cui sono nati ed andarsene chissa’ dove, senza risorse, senza la vicinanza dei mariti o dei parenti in grado di affrontare le emergenze.
In Italia possono, forse, entrare come profughi, ma non e’ dato sapere attraverso quali vie di comunicazione cio’ sara’ possibile: la via del mare e’ preclusa perche’ c’e’ il fronte con la Croazia; probabilmente dovranno spostarsi verso l’Ungheria, senza mezzi e senza speranza.
La guerra nella ex Jugoslavia, e’ stato detto, rappresenta uno scandalo nella civile Europa, uno scandalo che deve scuotere le coscienze ma che finora non ha scosso nulla, se non l’interesse giornalistico e televisivo per un certo spettacolo; quando pero’ lo scandalo coinvolge i nostri connazionali che rischiano la vita lontani dai loro congiunti, il Governo italiano non puo’ “chiamarsi fuori” e ritenere di aver fatto tutto cio’ che e’ possibile fare.
L’économie du nettoyage ethnique à Prnjavor
Nel 2001 il diplomatico francese Nikola Guljevatej pubblicava “L’économie du nettoyage ethnique à Prnjavor”, tradotto, “L’economia della pulizia etnica a Prnjavor”. Un titolo forte, freddo, diretto, schietto: basta questo a far rabbrividire e gelare il sangue al pensare cosa furono quegli anni. Guljevatej nella sua trattazione e analisi degli anni ‘90 traccia una linea netta tra un prima e un dopo: nell’ introduzione dipinge chiaramente la storia multietnica della cittadina di Prnjavor al punto da definirla un “tratto urbano”, quella storia di convinvenza che ha plasmato al cittadina viene interrotta con la guerra. Evidenzia come la popolazioni non serbe siano drasticamente ed intenzionalmente diminuite tuttavia una miglior sorte è toccata agli altri ossia a quelle popolazioni che non rientravano nelle categorie nazional-religiose di “Bosgnacco-musulmani”, “Serbo-ortodossi” e “Croato-cattolici”. Ad ogni modo di Stivor riporta:
Ces derniers sont encore 750 dans leur village de Štivor, comme en 1992, du moins formellement. En réalité, la majorité n’y réside plus de façon permanente, et il ne reste que des personnes âgées.
En 1992, les pouvoirs locaux avaient promis aux Italiens qu’ils n’auraient pas à faire la guerre ; en revanche, ils les ont laissés partir en Italie comme « travailleurs temporairement expatriés », contre le paiement d’un impôt de guerre s’élevant à 200 DM par mois et par personne.
Les Italiens de Štivor avaient été longtemps oubliés par leur pays d’origine, mais les soldats italiens de la FORPRONU sont intervenus auprès des autorités locales pour que leurs lointains compatriotes reçoivent des passeports, et auprès du gouvernement italien pour qu’ils obtiennent des permis de séjour et de travail. Aussi, tout le monde y a trouvé son compte.
Traduzione italiana:
Questi ultimi (gli italiani) sono ancora 750 nel loro villaggio di Štivor, come nel 1992, almeno formalmente. In realtà, la maggioranza non vi risiede più in modo permanente e sono rimaste soltanto persone anziane.
Nel 1992, le autorità locali avevano promesso agli italiani che non avrebbero dovuto partecipare alla guerra; in compenso, avevano permesso loro di partire per l’Italia come «lavoratori temporaneamente espatriati», dietro pagamento di una tassa di guerra pari a 200 marchi tedeschi (DM) al mese per persona.
Gli italiani di Štivor erano stati a lungo dimenticati dal loro Paese d’origine, ma i soldati italiani della FORPRONU (Forza di protezione delle Nazioni Unite) intervennero presso le autorità locali affinché i loro lontani connazionali ottenessero i passaporti, e presso il governo italiano affinché ricevessero permessi di soggiorno e di lavoro.
In questo modo, tutti ne trassero vantaggio.
ICTY: International Criminal Tribunal for the former Yugoslavia
Nel 1993 si rese necessario per le Nazioni Unite, dopo le varie segnalazioni da tutti i Balcani istituire un tribunale ad hoc, il primo dalla corte di Norimberga (1945) e Tokyo (1946), per i crimini commessi in ex-Jugoslavia: nacque così l’ICTY, in italiano Tribunale penale internazionale per l’ex-Jugoslavia (TPIJ) con sede all’Aia, Paesi Bassi. I reati perseguiti e giudicati erano principalmente 4:
- gravi infrazioni alla convenzione di Ginevra del 1949
- crimini contro l’umanità
- genocidio
- violazioni delle consuetudini e delle leggi di guerra
La Corte poteva processare solamente persone fisiche, quindi nessuno Stato, partito politico o organizzazione ricade sotto la sua giurisdizione; la pena massima applicabile era l’ergastolo.
Stivor viene citato nei capi d’accusa di:
- Milan Martić
- Radoslav Brđjanin
- Momir Talić
Riporto qui il capo d’accusa imputato a Milan Martić che tra i 3 è il più breve, gli altri non sono troppo differenti nella sostanza fondamentale.


Traduzione italiana non ufficiale dell’estratto inglese:
Capi da 12 a 14 — Distruzione indiscriminata, saccheggio di beni pubblici o privati
47. Dal 1º agosto 1991 al 31 dicembre 1992, Milan MARTIĆ, agendo individualmente o di concerto con altri membri, noti e ignoti, di un’impresa criminale comune, pianificò, istigò, ordinò, commise o altrimenti aiutò e favorì la pianificazione, la preparazione o l’esecuzione della distruzione indiscriminata e del saccheggio dei beni pubblici e privati della popolazione croata, musulmana e delle altre popolazioni non serbe, nel territorio della SAO Krajina in Croazia e a Prnjavor e Sipovo nell’ARK in Bosnia ed Erzegovina. Queste azioni non erano giustificate da necessità militari. Tale distruzione e saccheggio intenzionali e indiscriminati comprendevano il saccheggio e la distruzione di abitazioni ed edifici religiosi e culturali ed ebbero luogo nelle seguenti città e villaggi:
SAO Krajina, da agosto a dicembre 1991: le città e i villaggi di Dubica, Cerovljani, Bacin, Saborsko, Poljanak, Lipovaca e le frazioni vicine, Vaganac, Skabrnja, Nadin e Bruska.
Prnjavor, dalla fine del 1991 al dicembre 1992: le città e i villaggi di Prnjavor, Lisnja, Puraci, Galjipovci, Konduhovci, Doline, Kulasi e Stivor.
Sipovo, da maggio ad agosto 1992: il villaggio di Pljeva.
Chiaramente il villaggio di Stivor non è stato distrutto (affermazione lapalissiana ma visti gli intelletti che girano…) ma avrebbe potuto e il capo d’imputazione è un processo alle intenzioni con tutti i limiti che questo tipo di processo presenta.
Ad onor di cronaca…
Ad onor di cronaca nel 1996 i consiglieri provinciali Sergio Muraro e Gianpietro Vecli presentarono l’ordine del giorno N°89 che prevedeva un piano di recupero del villaggio in 3 fasi e la richiesta di mettere a disposizione 300 milioni di lire. Per dare al lettore un ordine di grandezza, 300 milioni di lire del 1996 corrispondono nominalmente a circa 155.000 euro; rivalutati in base al potere d’acquisto, equivalgono a circa 276.000 euro dell’agosto 2026.
Tale documento, insieme ad altri, merita una trattazione in un articolo separato in quanto risulta il primo di una serie di investimenti trentini sul territorio, risultati de facto fallimentari.
Invito al contributo e alla ricerca
Sebbene molto della storia di Stivor è già stato raccontato altrettanto si nasconde negli angoli della storia. Molto del materiale relativo al villaggio è ancora sparso in giro per l’Europa:
- sappiamo che la squadra di ricercatori guidata da Maria Rita Rosalio nel 1973 consegnò alla Discoteca di Stato a Roma le registrazioni della ricerca
- molto materiale è sparso sul territorio Trentino: presso APTO c’è il materiale per il quale si impegnò Šebasta, AST dovrebbe avere copia delle lettere dei primi coloni
- plausibilmente gli archivi di Vienna e Innsbruck, quello militare in particolare, dovrebbero contenere informazioni sulle liste di leva e magari qualche registro contabile relativo alla “banca” di Stivor
- su suggerimento di alcuni ricercatori di Sarajevo raccomanderei di provare a mettersi in contatto con l’archivio di Istanbul e Banja Luka per vedere se i defteri (registri contabili) contengono informazioni relative all’ han di Stivor
Ma non solo.
Oggi Stivor di fatto è un villaggio in profondo stato di declino, in questo non dissimile dalle Terre che lo hanno generato e la ricerca storico-culturale non basta a fermare tale fenomeno. Il processo di urbanizzazione sopra descritto, avvenuto negli anni ‘70-‘80 non solo si è interrotto drasticamente ma ha subito addirittura un processo inverso volto all’abbandono e alla trascuratezza. La strumentalizzazione politica ha impoverito il villaggio più di quanto i conflitti politici che coinvolgono la Bosnia da oltre 40 anni abbiano fatto con lo Stato stesso. Inoltre gli effetti della diaspora pongono sfide non irrilevanti dal punto di vista economico. Nel macro la diaspora bosniaca è la seconda al mondo e costituisce il 38,9% della popolazione di fatto cresciuta all’estero, ciò si riflette sull’economia del Paese con disuguaglianze nel potere d’acquisto, di istruzione, di capacità agricola. Nel micro la maggior parte delle persone di Stivor vivono all’estero (principalmente, in ordine, in Italia, Austria, Germania) e vedono il villaggio alla pari di una casa vacanze, senza incentivi economici né di benessere sociale che i Paesi che li hanno accolti sono in grado di garantire.
Il mio invito va oltre allo sforzo di ricerca storica e culturale, il mio invito profondo è una ricerca ampia e trasversale: se siete interessati alla viticoltura sentitevi liberi di contribuire, se desiderate sviluppare un drone agricolo fatelo, se volete scrivere un’antitesi a Schumpeter facendo l’analisi “Le classi sociali in un ambiente etnicamente disomogeneo” fatelo, se avete competenze in gestione energetica fatevi avanti e via dicendo.
Il materiale di ricerca verrà messo, con i giusti meriti d’autore, presso archive.stivor.net mentre eventi e altro verranno resi disponibili sulla home page del sito stesso.
Fonti
Per fatti strettamente legati a Stivor
/*qui mettere i vari archive.stivor.net */
Per altri aspetti storici citati
/altri/